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Luigi Caruso ha cambiato spesso mestiere. Da ragazzo ha fatto il giornalista con il sogno delle radiocronaca. Ora lavora come operatore socio-sanitario in una clinica di Nola. Due professioni lontane anni luce, ma comunque accomunate da una grande passione: il calcio. Già, Luigi Caruso allena in prima categoria e lo fa per hobby. Alle 20, caschi il mondo, lo troverete sul campo ad allenare la sua squadra, circondato dai suoi più stretti collaboratori che lo seguono ovunque da diversi anni. E’ stata l’unica richiesta fatta al presidente Nunziata, prima di sedersi sulla panchina del Domicella e guadagnarsi la riconferma per il campionato 2016-2017. E’ un aziendalista e ne va fiero. Dopo un’ora di intervista, la conversazione avrà toccato tantissimi argomenti, partendo dalla domanda meno attinente e meno tecnica che potessi fare.

Mister Caruso, lei lavora tutti i giorni con i disabili, quindi a stretto contatto con la sofferenza. Questo ha cambiato il suo modo di gestire lo spogliatoio?

“Sì. E’ vero. Faccio questo lavoro dal ’99 e devo ammettere che mi ha cambiato. Non che prima fossi un sergente di ferro, ma ho imparato a essere più tollerante, a cercare sempre il dialogo con i giocatori. Prima, se un calciatore mi contraddiceva, lo sostituivo. Quando ho giornate di lavoro massacranti, prima di scendere in campo, ho bisogno di estraniarmi. Resto in disparte 5 minuti,  fumo una sigaretta e sono pronto. Il calcio è un hobby, ma non posso portare al campo di allenamento le mie vicende private. E’ una questione di rispetto”.

Veniamo al campo. Lei non rinuncia mai al suo staff. E’ l’unica richiesta che fa alle società che la ingaggiano. Ma è anche vero che spesso porta con sè giocatori che conosce molto bene. Anche nella prossima stagione sarà così?

“Chiariamoci: io sono un aziendalista. I soldi sono del presidente, non miei. Non chiedo la luna ai dirigenti. Ma solo di poter lavorare secondo il mio credo calcistico. La campagna acquisti del Domicella è frutto di una sinergia tra me e la società. Sono arrivati diversi giocatori importanti, alcuni li avevo già allenati in passato”.

Per esempio?

“Vincenzo Franzese. Un ragazzo d’oro. Un allenatore in campo. Educato, rispettoso. Mai una parola fuori posto. Poi anche Vincenzo Castaldo, ex San Vitaliano in Promozione”.

Quale sarà l’obiettivo del Domicella 2016-2017?

“E’ troppo presto per dirlo. Non conosciamo i nostri avversari. Poi nel campionato di prima categoria può succedere davvero di tutto. Le gerarchie possono anche essere ribaltate. Diciamo che il nostro obiettivo, in accordo con la società, è di fare un buon campionato. Che tradotto significa: qualcosa in più della salvezza, senza promettere i play-off”.

Ha già in mente come schierare il suo undici di base?

“Il modulo lo fanno i giocatori. Non sono un integralista del modulo, è insensato deciderlo a tavolino. Anche perchè spesso non viene rispettato in campo, perchè i movimenti di squadra non sono sempre coordinati. Sono un estimatore del 3-4-3 di Zaccheroni dei tempi di Udine, ma non lo considero il mio vangelo tattico. Ciò che più mi interessa è arrivare al risultato attraverso il gioco, come faceva il Nola di Carlo Orlandi, uno dei miei allenatori, assieme a Gianni Simonelli”.

L’intervista è terminata. Ma Luigi Caruso apre il pacchetto per fumare un’altra Marlboro rossa e mi racconta di quando prese un anno sabbatico per stare vicino alla famiglia, dopo la nascita dei due figli. Durante la pausa forzata, seguiva tutti i campionati di calcio, persino quelli della periferia europea. La moglie comprese la sua sofferenza e gli impose di tornare in panchina, al calcio attivo. Ci sarà anche lei quest’anno in tribuna a seguire il Domicella. Luigi Caruso avrà una spinta in più. La spinta di una tifosa speciale.