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Galeazzi avrebbe urlato: “Andiamo a vincere”. Perché più che una partita di calcio, Genoa – Napoli si è trasformata in una gara di canottaggio. Peraltro, l’arbitro dell’incontro è Abisso, ce lo saremmo dovuti aspettare. E i ricordi non possono che mischiarsi con altri olimpici, con le vittorie dei fratelli Abbagnale, napoletani anche loro, e ricordiamo quanto emozionanti erano stati i racconti di quelle gesta da parte di Giampiero Galeazzi. Parole, gesta, momenti, tutti impressi nelle menti di noi telespettatori, amanti dello sport: “Andiamo a vincere”.

Genoa – Napoli è gara che arriva dopo la notte di Champions (leggi le emozioni della gara nel Capitolo 15). Forse anche per questo, perché scarico mentalmente dopo un’impresa così importante, il Napoli gioca un brutto primo tempo. Inizia male, sembra aver preso le misure, prende anche un palo, con un bel tiro di Insigne, ma è leggerino in fase difensiva. Il Genoa aveva già dimostrato di poter impensierire gli avversari con lanci lunghi, e proprio in questo modo passa in vantaggio, proprio nel momento migliore degli avversari. Cross in mezzo all’area, e non salta nessuno, nemmeno Hysaj, l’unico che fa quello che deve fare è Kouamé. Oltre al legno di Insigne, il Napoli avrà un altro paio di occasioni, anche una triangolazione in area che porta Milik al tocco e alla paratona di Radu (in gran spolvero). Ma niente di fatto, il Napoli è bruttino, lontano ricordo della squadra della notte di Champions.

Nap-Gen-83Il secondo tempo parte con 2 cambi, Mertens al posto di Milik e Fabian al posto di Zielinski. La partita viene interrotta, piove troppo. Dopo una piccola pausa, senza pioggia si ricomincia, inspiegabilmente l’arbitro non prova il rimbalzo del pallone e fa ricominciare, ma il campo è impraticabile, alcune zone sono inzuppate d’acqua, pozzanghere ovunque, sembra sport acquatico, sembra una gara di canottaggio. Alla fine del primo tempo ho twittato: “Non preoccupatevi”, perché ero sicuro che questo Napoli ce l’avrebbe fatta, ma le nuove condizioni del terreno di gioco mi fanno temere. La palla è ingiocabile, le condizioni penalizzano estremamente una squadra come il Napoli che basa il suo gioco con scambi e non con lanci lunghi, i Genoani vedono l’impresa più vicina. Non è calcio, è una gara di forza, più simile ad una partita di pallanuoto. E invece “Andiamo a vincere”. Gli azzurri sono come gladiatori in un’arena, che si sporcano nel fango, romantici, li volevo proprio così, lanciano il cuore oltre l’ostacolo, in condizioni impervie tirano fuori quello che forse non sapevano di avere, finalmente romantici. Sembra una palude, ma il Napoli è in versione anfibia, Mertens inventa un tocco di tacco, un passaggio nel vuoto, si aprono le acque, come nel Mar Rosso, aprendo gli spazi per Fabian. Lo spagnolo accetta l’invito, calcia il pallone col piatto e porta i suoi sul pareggio. Lo spagnolo è decisivo nei movimenti, nelle posizioni, in fase realizzativa, in terra e in acqua. Si fa sempre più difficile giocare, la palla sembra un mattone e la stanchezza inizia a farsi sentire. Il Napoli non può giocarla a terra e quindi cerca di tenerla il più possibile lontano dall’acqua. I calci da fermo possono dare una mano. E da uno di questi, Mario Rui calcia basso, la fa rimbalzare, Albiol duella in area, Biraschi la butta nella sua porta, l’arbitro controlla con i suoi collaboratori, e conferma. E’ il gol della vittoria. “Andiamo a vincere”

Le statistiche di questo incontro, ad ovvio appannaggio del Napoli, contano relativamente. Quel che conta è l’impresa atipica e romantica di questa squadra. E’ atipica perché nel calcio moderno è veramente difficile vedere una gara giocata in queste condizioni. E’ romantica perché l’impresa è di altri tempi, in un campo di periferia, nello sporco, trascinandosi un pallone che pesa come un mattone, lasciando da parte tecnica e sincronismi, e mettendoci potenza e arte di arrangiarsi. Il Napoli che cercavo, che Sarri aveva iniziato a darci e che si è compiuto con Ancelotti, una squadra eclettica che abbandona il suo illuminismo e la ragione e si lancia col cuore. Avevo già ripreso questo concetto nel descrivere la rimonta con il Milan (Capitolo 2) e la prima impresa Champions con il Liverpool (Capitolo 9). Ma è un pensiero al quale tengo tanto, perché oltre ad un’idea tattica serve qualcosa di diverso, che nasca dal cuore e nella testa, e Ancelotti sta plasmando questo aspetto. E il cuore ritorna a quelle vecchie telecronache di canottaggio, dove un omone gridava “Andiamo a vincere, andiamo a vincere, andiamo a vincere”.

La mia sul Napoli