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Il portiere più forte di sempre, ma anche il simbolo di un paese e di una ideologia. Non si può ricostruire la storia di Lev Jascin senza il PCUS e i suoi segretari. Del resto Jascin è nato al tempo di Stalin ed è morto nell’era Gorbaciov. Ha visto i piani quinquennali, le purghe, la destalinizzazione, la ristagnazione brezneviana, gli ultimi vagiti della gerontocrazia sovietica e la perestrojka. Consolidamento, ascesa, declino e morte di un’idea con il suo corollario di morti ammazzati.

STALIN- Jascin nasce nel 1929. La sua è una famiglia proletaria. Entrambi i genitori sono operai dell’industria pesante. E’ un periodo di grande trasformazione nell’Urss. Il georgiano di ferro, di nome e di fatto, ha appena varato i piani quinquennali. I paesaggi aridi e stepposi della grande Madre Russia si rivestono di cattedrali consacrate al lavoro proletario, mentre le obviscina scompaiono per lasciare il posto alle cooperative statali. Non è un trapasso pacifico, anzi. Servono violenza, deportazioni, sangue e crudeltà per sterminare la cultura millenaria delle comunità rurali.

LA FABBRICA- Questo è il mondo di in cui viene alla luce Jascin. Non è un’epoca felice. Il paradiso dei proletari può attendere. Ma qualche anno dopo le cose peggiorano: l’Urss è sotto attacco nazista e mobilita tutta la sua infinita riserva umana. Per il giovane Lev si aprono i cancelli delle fabbriche. Se sono tutti al fronte, ci dovrà pur essere qualcuno a lavorare per sostenere lo sforzo bellico. Tra tante donne e preadolescenti c’è anche Lev. Nasce qui, tra pistoni, acciaio e catene di montaggio, la sua leggenda di portiere insuperabile. Si racconta che si divertisse a parare tutti i bulloni che gli lanciavano i colleghi.

CALCIO E CHRUSCEV-Esagerato? Forse, ma neanche tanto. Non a caso, a guerra finita, Jascin dimostra di saperci fare anche con i dischetti dell’hockey. Inizia come portiere in questo sport, vince un titolo con la Dinamo Mosca, ma nel 1954 cambia sport e si tuffa nel calcio sempre nello stesso ruolo e con la stessa società.  E’ una rivoluzione sportiva che va a braccetto con quella politica. Stalin è morto e dalla lotta per la successione spunta Chruscev. Il XX congresso e la destalinizzazione sono alle porte. Nel 1956 il compagno Chruscev denuncia i crimini, mentre Jascin guida l’Urss alla vittoria dell’alloro olimpico a Melbourne.

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PALLONE D’ORO E BREZNEV- Ormai Jascin è il portiere più forte del mondo. Ma quanto guadagna? Poco, molto poco. Quanto un sergente del Kgb. Dopotutto sia gli agenti segreti sia i giocatori della Dinamo sono al libro paga del ministero degli interni. Se Jascin giocasse in Europa, sarebbe un professionista e farebbe la bella vita. E invece non è  così: il portiere più forte del mondo vince il pallone d’oro nel 1963, ma è a tutti gli effetti un dilettante. L’anno successivo sfiora il titolo europeo, dopo aver ipnotizzato Mazzola dagli 11 metri negli ottavi. Intanto, qualcosa sta cambiando in patria: nel 1964 finisce l’era Chruscev e comincia quella di Breznev. L’URSS è un gigante dai piedi di argilla con un apparato burocratico elefantiaco, corrotto e repressivo. L’Unione Sovietica sta perdendo la guerra fredda e mostra il suo volto più repressivo come in Cecoslovacchia. Il sistema comunista sta implodendo e  perdendo la Guerra Fredda, ma il mondo ancora lo ignora.

GORBACIOV- Jascin si ritira a oltre 40 anni nel 1971. La storia di Jascin diventa leggenda: fioriscono aneddoti sulla sua carriera come in certe agiografie. Ma l’ultimo scorcio della vita del portierone è un doloroso calvario: nel 1984 gli amputano una gamba, proprio mentre cominciano ad alzarsi i venti della Perestrojka e della Glasnost. L’anno dopo Michail Gorbaciov è l’astro nascente del PCUS.

LA FINE- Inizia l’epoca delle riforme. L’uomo con l’angioma sulla pelata rappresenta la speranza di un mondo che non si regge più in piedi. I burocrati si affidano a Gorbaciov per ottenere un solo grande e ambizioso obiettivo: modificare il sistema senza smantellarlo. Impresa impossibile, sopratutto perché Gorbaciov ha in mente un piano troppo radicale: libertà individuali di opinione, fede e apertura all’iniziativa privata. Non accadeva dai tempi della Nep di Lenin. Sono i prodromi del crollo del muro di Berlino, ma anche  il tramonto di una fede e di un’idea. Jascin, però, non fa in tempo a vederne la fine: si spegne nel ’90 dopo un disperato intervento per rimuovere un tumore. Il 26 dicembre 1991 Gorbaciov annuncia la dissoluzione dell’URSS. La falce e il martello vanno in archivio. La leggenda di Jascin no.