CONDIVIDI
incidente meroni romero

Gli idoli non muoiono mai. Al massimo li accantoniamo con la maturità. La camera di un adolescente è tappezzata di poster con rock star, leader politici e calciatori. Poi si cresce e la carta finisce in soffitta coperta da un fitto strato di polvere. Ma c’è chi da oltre 50 anni è costretto a convivere con il suo idolo. Anzi con il suo ricordo. E non è un ricordo piacevole.

Il suo nome è Attilio “Tilli” Romero. E ai lettori più giovani non dice niente. Ma per chi si avvicina agli anta o è vicino alle sorti del Torino il niente diventa tutto. Romero è un grandissimo tifoso granata. Da sempre. E con un mito nel cuore: Gigi Meroni, talento puro, estro e fantasia all’ennesima potenza, pura scapigliatura incollata all’arte della pedata. La farfalla granata scaldava i cuori di una tifoseria che dalla tragedia di Superga non aveva più vinto niente di importante. Romero lo adorava, lo idolatrava, lo imitava anche nella capigliatura a mezza spalla. Era un look rivoluzionario per l’Italia degli anni 60′ segnata da un’ economia in espansione e una morale rétro.

incidente meroni romero

Il 15 ottobre 1967 Romero andò allo stadio per vedere il suo Torino schiacciare la Samp. Finì 4-2 per i granata, Meroni fu espulso e Romero bisticciò anche con un tifoso per difendere l’onore della sua divinità calcistica. Fino ad allora Gigi e Tilli avevano vissuto vite parallele. Si incrociarono la sera stessa nel modo più tragico. La curva del destino si raddrizzò su un rettilineo in cui la Fiat 124 Coupè di Tilli travolse la farfalla granata che non volò più. Romero aveva solo 19 anni. Ma non scappò come un pirata della strada. Era un bravo ragazzo, di buona famiglia e con un avvenire certo. Si costituì, gli diedero 6 mesi e la condizionale. A 19 anni hai tutta la vita davanti. Ma se sei responsabile della morte di una persona che è anche il tuo idolo la condanna nel cuore è all’ergastolo. Eppure sarebbe bastato poco per salvare due esistenze: un semaforo rosso, un passo in più o una deviazione stradale.

La vita di Attilio Romero, comunque, è andata avanti. Giorno dopo giorno con questo enorme macigno sulla schiena. E’ diventato anche presidente del Torino, ma la sua avventura è finita tragicamente anche qui: la gloriosa società è fallita a un metro dal traguardo del centenario. Romero ci ha messo la faccia: ha chiesto scusa per aver cercato di alimentare la speranza dei tifosi anche quando ormai si stava per staccare la spina. Un anno fa ha raccontato la sua versione in una lettera al Tuttosport:

«Da mezzo secolo tutte le sere lo riguardo in quella foto. Il senso di angoscia non mi lascia, e non mi lascerà mai. Il giorno sbagliato ritorna tutti i giorni come una condanna. La casualità del destino, o il destino della casualità. E io lì in mezzo, sballottato da onde che mi inghiottiscono da 50 anni. E Gigi che muore, e rimuore sempre, muore ogni volta. E i suoi cari, la sua famiglia, Cristiana, travolti per sempre dalla tragedia. Sarà questa la mia vita, fino alla fine della mia vita».

Non è vero che solo l’amore è eterno. Anche il dolore lo è. Non ti abbandona, scava un tana nella mente e si alimenta di sensi di colpa. Eppure nella tragedia, gli uomini si scoprono fragili. E nella fragilità scoprono una parte di sé. La più nascosta. La più difficile da mostrare ai simili.