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Mertens_non_esultanza_BolognaIl Napoli è una squadra bella, bella nel senso più soave della parola, è estetica calcistica, un quadro di mille colori e di paesaggi sterminati, una foto di un mare in tempesta, uno sguardo ad un gigante mastodontico, come il Vesuvio, che ti osserva. Il Napoli è bellezza, lo è stato e lo sarà ancora, il Napoli è il calcio, Sarri è il calcio. Come il Dorian Gray di Wilde, il Napoli di Sarri si giova della sua bellezza, si specchia e gli altri ne percepiscono la perfezione. Ma questo Napoli attraversa una fase nella quale non riesce, sempre, ad essere quello che sa di essere. Con il Bologna il Napoli soffre, gioca un primo tempo rischioso e lontano dal bello, rischia in più occasioni, Reina salva su una decisa punizione di Verdi e ancora nel secondo tempo. Non si capisce se è Dorian o il suo ritratto. Come il ritratto di Dorian, il Napoli è meno bello, meno perfetto. Dorian ne combina di tutti i colori e il quadro invecchia, si imbruttisce, il Napoli non gioca come deve e come sa. Il Napoli potrebbe perseguire la bellezza effimera fino in fondo e lasciarsi andare a scelte deleterie. E come Dorian potrebbe arrivare a suicidarsi, impazzendo perché il quadro manifesta il passare degli anni, mostra i segni della vecchiaia.

Ma il Napoli non si ribella, non distrugge il quadro, rischiando di uccidere se stesso. Il Napoli resta se stesso, ma capisce che la bellezza è certamente soave e divina, ma spesso effimera. Ci possiamo convincere che si può vincere anche giocando male. Si può giocar male ma non si deve per forza soccombere. Si può vincere anche se il quadro mostra i segni del tempo. Le circostanze portano il Napoli alla rinuncia della ricerca del bello fine a se stesso. Non ce la fa a perseguirlo. Rinuncia, anche se non vuole, per tutta la partita, perché gli avversari lo hanno indotto a scegliere questo atteggiamento. Decide che si può soffrire, che il Machiavellico “il fine giustifica i mezzi” può offrirsi come un’arma letale, soprattutto se messa al servizio della testa e dei piedi di questi ragazzi, comandati dal maestro Sarri. E’ successo già con l’Atalanta, il Napoli soffre, rischia, ma poi si rialza.

Con il Bologna si desta con l’aiuto della giocata, con l’aiuto del movimento che conosce meglio di tutti, quello che si materializza nell’asse Insigne-Callejon, una strada che ti conduce fuori dal buio, verso un luogo illuminato, per rinascere. Insigne centra millimetricamente Callejon, dall’altro lato, dal suo lato, quello debole, debole per gli avversari, ma non per gli azzurri. E’ gol, il Napoli sblocca e si sblocca. E così arriva anche il secondo con Mertens, che fa tutto da solo. Il belga è passionale, irrazionale ed egocentrico come il giovane Werther di Goethe. C’entra meno il bello illuminista Sarriano, va di scena il bello romantico e il titanismo di Mertens. Ruba il pallone, scappa, si fuma l’avversario, è una scheggia, tira la botta di sinistro, che beffa Mirante, quel Mirante di Parma, e la cosa è ancora più bella, il belga non esulta, fulmina la telecamera, è il raddoppio. Mertens ci lascia con la sua passione e i suoi tormenti. Il Napoli è oramai un giusto equilibrio di anime. Ritorna ad essere Dorian, bello, bellissimo, ma apprezza la sua anima interiore, apprezza il bello che ha dentro. E’ sfrontato e irrazionale come Werther, ma al punto giusto. Sa che perseguire il bello non è l’unico obiettivo, si può vincere anche senza fare tutto in maniera perfetta, si può anche rinunciare per un momento ai propri dogmi. Ma è rilassato, il gioco va liscio, non si svena per essere bellissimo, negli ultimi minuti ritorna il calcio spettacolo, è padrone del gioco. Va ancora in gol Zielinski, il suo è un gol semplicissimo, dopo un’azione corale e ben congeniata.

La partita finisce sullo 0 – 3, dalla bellezza di Dorian Gray a Machiavelli, passando per il giovane Werther. Pezzo liberamente ispirato (con non poche libertà) agli scritti di Wilde, Goethe e Machiavelli, che forse non avreste mai immaginato di leggere in un articolo sul calcio Napoli.

La mia sul Napoli.