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Gioca maluccio e non si suicida. Questa è una novità assoluta per la Serbia. L’altra è che bastano le individualità a togliere le castagne dal fuoco. Se poi è una castagna di Kolarov c’è poco da fare anche per Keylor Navas, completamente trasformato quando difende la porta patria. Milinkovic Savic, invece, è da pallone d’oro: gigante con i piedi made in Copacabana, centrocampista universale, trequartista, seconda punta e all’occorrenza centravanti. L’altro centravanti è Mitrovic e tiene fede alla scuola balcanica: si fa il mazzo per la squadra, esprime qualche giocata di classe e mostra poca lucidità sotto porta. Promosso a prescindere.
LA DIGA-Matic è una diga sul bel Danubio blu, il cemento muscolare contro la corsa rapida dei mediani avversari. Ivanovic è un pilastro, non ha il passo (e forse non lo ha mai avuto sulla fascia) ma è sempre una sicurezza. La contraerea si inceppa all’inizio, per prendere le misure col passare dei minuti. Milenkovic gioca da veterano ed è un piacere vederlo, Ljajic è in giornata no, irritante e insopportabile, si nota solo alla sostituzione,ma per sua fortuna non c’è Delio Rossi in panchina ad attenderlo, Prijovic ha il look del primo Ibrahimovic e anche le sbracciate sono le stesse. Ma solo quelle.
IL GIRONE-E’ una Serbia pratica, estremamente pratica. Bada al sodo e campa di rendita. O almeno ci prova: un paio di mischioni finali li concede sempre agli avversari, tenaci ma troppo bassi per battagliare a quote proibitive. Serbia matura e con un Milinkovic Savic in più. Fossi in Neymar un pochino sarei preoccupato.