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Se fosse un film sarebbe “Soccer-gate”, se fosse una canzone sarebbe “In questo mondo di ladri”, se fosse un libro sarebbe “Italia. La fabbrica degli scandali”, se fosse il calcio non sarebbe Juve-Napoli, gara di andata della semifinale di Coppa Italia. Ma di calcio si tratta o perlomeno di quel che ne resta. Eh, sì, perché 22 giocatori disposti secondo una formazione scelta da un allenatore che giocano contro, con in mezzo una palla e un arbitro imparziale su un campo rettangolare con due reti e che per 90 minuti si sfidano per centrare la porta, è calcio. Ma quello andato in scena a Torino, tutto pareva fuorché l’antico gioco del Maradona D10S. Le polemiche lasciamole ai commentatori, la rabbia ai giocatori, la delusione a tutti quelli che nel calcio ci credono, la giustizia, sportiva, a chi dovrà dormire sonni quieti, le uscite infelici a DS e Società. Noi parliamo di passione, di fede e speranza, di apprensione e sostegno, di tifo e amore. Noi parliamo di tutto ciò che ha patito il tifoso del Napoli. Un tifoso che ha dovuto subire l’arbitraggio che a definirlo imparziale è un atto di coraggio, o meglio di vigliaccheria. Perché il tifoso ci credeva, ha creduto di poter vedere una partita di cui non dover sapere già il finale. C’era una volta il calcio, c’era una volta la sportività, c’era una volta. Appunto. Ma se le fiabe che così cominciano, con il lieto fine finiscono non è stato così per il Napoli, che dallo Juventus Stadium è uscito sconfitto: dall’ex ha subito gol, dall’arbitro le ingiustizie. Dal resto del Mondo la solidarietà, almeno quella, per quell’Escandalo firmato Valeri.