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Dopo quasi 300 giorni di letargo, il risveglio non poteva essere più succulento. Stanotte è ricominciata la NBA con un triplice scontro tra nobili decadute, compagini speranzose e indomabili veterani. Per la cronaca San Antonio batte Dallas 101-100, Pelicans – Magic 101 -84, Lakers – Rockets 90 – 108.

Ma cosa è successo in questo periodo di sosta?  Il ricordo della rivincita del trio Parker-Duncan-Ginobili festante nello spogliatoio e di un solitario e commosso Popovic sulla panchina a fine gara ancora è fresco nella nostra memoria.

Eppure la NBA non è stata ferma, non si è cristallizzata in quel momento idilliaco che sembrava uscire direttamente da una qualche sceneggiatura hollywoodiana. Come in un sogno, il massimo livello di pallacanestro sulla terra si evolve, muta, cambia. E questo dinamismo non fa altro che generare nuove storie da raccontare, nuove sceneggiature da scrivere.

In questo periodo di attesa ci sono state rivoluzioni che cambieranno il volto della NBA del prossimo futuro. Partiamo dalla più calda di tutte: Lebron James è tornato a casa, nella sua Cleveland. Lo strascico di una finale persa amaramente ha fatto emergere tutti i problemi e le insofferenze che soltanto le vittorie possono allontanare. Il rapporto con Wade e  Bosh era arrivato al culmine già prima delle finals, e poteva sfociare solo in un cambio di squadra da parte di uno o più degli ormai ex “big3” di Miami. LBJ è stato conteso (ovviamente) da molte squadre, ma il ritorno nella terra che lo ha cresciuto e la possibilità di vincere nella squadra che lo ha portato nella NBA ha prevalso su tutto. Le responsabilità e la pressione sulle spalle di questo ragazzo sono inimmaginabili, ma le motivazioni extra che può avere lo rendono un’arma che nessun esercito vorrebbe ritrovarsi contro.

La “redenzione” di James passa anche attraverso l’allestimento di un roster competitivo. Ed i Cavs possiamo tranquillamente affermare che non hanno fatto mancare proprio nulla al “RE”. La prima scelta al draft non è bastata (ci arriveremo…) ed è stata scambiata con uno dei giocatori più produttivi e, allo stesso tempo infelici, della NBA: Kevin Love. Proveniente da Minnesota, Love con 20 punti e 12 rimbalzi, ma nessun playoff in carriera, è sicuramente un super-acquisto per la franchigia di Cleveland. Se poi aggiungiamo il neo-MVP del mondiale Kyre Irving, ecco formati i nuovi “big3”.

Dal punto di vista delle motivazioni, LBJ sicuramente è quello più carico di tutti, ma non bisogna sottovalutare i campioni uscenti: i San Antonio Spurs. Dati per “morti” già qualche anno fa, dopo aver conquistato il quinto anello della loro dinasty, puntano forte all’obiettivo mai raggiunto in tutti questi anni: il back-to-back, ossia vincere il campionato per due anni consecutivi. Sono sicuramente alla loro ultima chiamata, sia per questioni anagrafiche che per questioni contrattuali. Potrebbe essere l’ultimo “giro di waltzer” del trio più vincente dell’era moderna.

La macchina perfetta di San Antonio è stata integrata con due rivoluzionari innesti, entrambi in panchina: Ettore Messina e Becky Hammon. Il primo non ha bisogno di presentazioni, il coach italiano ha vinto tutto in Europa ed è già stato assistente di coach Brown sulla panchina dei Lakers. Dopo quella sfortunata parentesi, Messina è stato scelto direttamente da Popovic e si è ritrovato anche come capo allenatore in una partita di preseason (causa assenza di coach Pop). Per quanto riguarda invece la Hammon, la novità assoluta è che per la prima volta una donna si siede (anche se come assistente) su di una panchina NBA. Già membro delle Silver Stars di San Antonio (franchigia WNBA, la categoria femminile della NBA), Becky porta con sé un grande bagaglio tecnico grazie al suo talento e la sua esperienza. Inoltre non è da sottovalutare il valore simbolico che ha, in uno stato conservatore come il Texas, il superamento di questa barriera sessista.

L’attesa ha giovato anche a quei giocatori che l’anno scorso sono stati fermati da infortuni. Questa stagione, infatti,  rivedrà in campo assoluti protagonisti del calibro di Rose, Bryant, Gallinari e Rondo,  tutti ai box per gran parte dello scorso campionato. Purtroppo, la crescente fisicità della Lega, unita ad una grossa dose di sfortuna, allontanerà per tutto l’anno dal parquet Paul George (vittima di un bruttissimo infortunio in nazionale) e Steve Nash (bloccato dalla schiena).

Anche l’MVP della scorsa regular season Kevin Durant salterà i primi due mesi di gioco causa una frattura al piede. E pensare che KD aveva rinunciato alla convocazione per il mondiale proprio perchè voleva prepararsi al meglio per conquistare l’anello. La sua metamorfosi è cominciata in estate quando il nuovo agente  gli ha consigliato di cambiare quell’immagine da “bravo ragazzo” che lo accompagna da sempre, a suon di spot epici e immagini social. Rimandato per ora il verdetto del campo, anche se attualmente Durant rimane uno dei primi 3 (se non 2!) della lega.

Per restare in tema di sogni, in queste partite incontreremo anche chi sta realizzando per la prima volta i propri, ossia la generazione del draft 2014.

Questo draft ha offerto molti talenti alle franchigie NBA, anche se non sono mancate le sorprese. La prima scelta assoluta, il più atteso (forse da un paio d’anni), Andrew Wiggins è stato chiamato, come abbiamo già anticipato, da Cleveland. Il canadese in realtà è rientrato nell’affare che ha portato Love ai Cavs e pertanto si è ritrovato nel freddo Minnesota. Questo scambio, voluto fortemente da Cleveland per ottenere dei risultati a breve termine, trasforma i T-Wolves in una squadra atletica e talentuosa che in ottica futura può risultare molto interessante. Wiggins, LaVine, Dieng, uniti a Pekovic e Rubio fanno della franchigia di Minneapolis un’autentica mina vagante già in questa stagione.

Queste storie e tante altre si accavalleranno in questa stagione di NBA. Potremmo continuare a lungo, ma perché svelare tutto subito? Meglio goderci ogni singolo giorno, ogni singolo giocatore ed ogni singola squadra; lasciando che questa stagione ci regali nuove emozioni e nuove storie da raccontare. Come i sogni, il più bello è quello che deve ancora venire…

Massimo Mele