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“I missed the shot to tie the game. The slap on the floor it’s only frustration”  T.D.

Queste le parole del leader degli Spurs proclamate venerdì 21 giugno 2013. Siamo a Miami, Spurs 88 – Heat 90; 52 secondi al termine della settima e decisiva gara delle ultime finals NBA. Tim Duncan, marcato da Battier -più piccolo di lui- sbaglia il layup del pareggio. E per la prima volta nella sua carriera fa trasparire le emozioni che mai, mai a nessuno ha concesso.

La sua faccia monoespressiva appare contrita. Tornando in difesa, gli occhi vanno al cielo, la mano prima va al petto, allunga la maglietta e copre il volto, poi schiaffeggia il parquet con rabbia. Uno sfogo, pacato e decisamente comprensibile. Ma non per lui, non per chi conosce quanto sia sempre fastidiosamente sotto controllo. In panchina ancora non si dà pace: sguardo assente e mani in faccia. La partita non è ancora finita, ma lui sa di aver fallito l’ultima occasione per raddrizzarla. Nei suoi occhi si legge la delusione di chi sa di aver perso un titolo praticamente vinto.

Non è un bel momento per Duncan, durante i playoff del 2013 è in corso il divorzio dalla moglie, madre dei suoi due figli. Nonostante ciò, è concentrato per l’obiettivo finale: conquistare il suo 5° titolo. Ha 37 anni e le chance rimaste sono poche ormai, ma questo potrebbe essere l’anno buono. Soprattutto dopo la delusione avuta nel 2012 a causa dell’eliminazione nella finale di conference subita da parte dei giovani Thunder di Kevin Durant, che ribaltarono un 2-0 a favore di San Antonio aggiundicandosi la serie per 4-2.

L’anno buono lo stava diventando, se non fosse per Ray Allen, che in gara 6 forza i supplementari con una tripla dall’angolo leggendaria allo scadere del tempo. Una sorta di istantanea della sua carriera, che lo cristallizza come un assoluto padrone di quel gesto tecnico e di questo gioco. Ma questa è un’altra storia…

Anche per uno che si è laureato in psicologia, come Tim Duncan, il contraccolpo mentale è fin troppo duro. Vedere sfumare il titolo per 5.2 secondi, fa male. Troppo. Ai supplementari di gara6 e nella successiva gara7 l’inerzia è totalmente cambiata ed il titolo va, anzi, rimane a Miami.

E’ la fine di un mito? Assolutamente no. Con i campioni non si può mai dire che è finita, finchè non sono loro a deciderlo.

Gli Spurs, “anziani”, feriti e che tutti davano per finiti dopo queste finali, ripartono con lo spirito e l’umiltà di chi non ha mai vinto nulla. L’orgoglio ferito diventa il filo conduttore motivazionale della stagione. Rinnovati i contratti dei “big” per altri due anni, firmato Belinelli e completato il roster, San Antonio ha reagito come solo i grandi sanno fare, ossia giocando una pallacanestro celestiale per tutta la stagione attuale e concludendo con il miglior record assoluto, assicurandosi il vantaggio del campo nell’eventuale finale. Dopo 17 anni sulla cresta dell’onda, dopo 4 titoli, San Antonio è ancora là. Ed ha ancora fame di vittorie. Popovic ha dichiarato che non c’è giorno in cui non pensi al tiro di Ray Allen. E’ chiaro, hanno un obiettivo: tornare in finale e prendersi quello che gli spetta.

Duncan gioca come se avesse 20 anni. E continua a pensare a quel layup. E proprio quel layup sarà tornato in mente nella partita decisiva della finale di conference giocata ad OKC, dove in gara 6 gli Spurs vengono rimontati ma riescono ad arrivare al supplementare. Duncan qui è assoluto protagonista.  I giochi sono tutti per lui in isolamento spalle a canestro, contro Ibaka – 13 anni più giovane e miglior stoppatore della lega – che lo mette ogni volta maledettamente in difficoltà. Invece Duncan stavolta lo manda letteralmente “a scuola”. Segna 7 punti consecutivi, e dopo il canestro che regala 3 punti di vantaggio a 20 secondi dalla fine, ancora quello sguardo rivolto al cielo. Ma stavolta la faccia non è contrita, anzi, appare “leggera”. Abbiamo detto che raramente TD lascia trasparire emozioni… ma questa volta appare chiaro:  si è liberato dalla cosiddetta “scimmia sulle sue spalle”. O meglio, di una delle due. Si, perché non si è dimenticato del 2012 quando è stato eliminato da Oklahoma ed ha perso un’altra chance di competere per il titolo. L’altra lo aspetta in finale.

Se qualcuno della NBA scegliesse da Hollywood uno sceneggiatore, credo che scriverebbe lo stesso copione: una delle migliori ali forti della storia del gioco contro il miglior giocatore attualmente della NBA, Lebron James. Il sistema Spurs contro la fisicità e l’individualità degli Heat. Miami che va per il three-peat, contro gli Spurs e Duncan che vanno per il 5° anello. E per portare alla conclusione il ciclo della franchigia più vincente ogni epoca (nei 4 maggiori sport americani) nel migliore dei modo possibile: con l’anello al dito. Nessuno conosce il finale, ma chiudo citando coach Rudy Tomjanovic:

 “Never under stimate the heart of a champions”

 

Massimo Mele